San Vito al Tagliamento

Chiesa di San Vito al Tagliamento
Gruppi e Comunità di San Vito al Tagliamento
Consiglio Pastorale San Vito

Bagnarol Monica

Buccaro Silvia

Cannistraro Anna

Chiarot Francesca

Crimella Monica (Delegata La Nostra Famiglia)

Culos Silvia

Defend Luca (Vicepresidente)

Deison Andrea (Delegato MASCI)

Fogolin Mario (Delegato Casa di Riposo)

Marian Giuliano

Martin Donatella (Azione Cattolica)

Masut Daniela (Delegato Agesci)

Menicalli Massimo

Michielan Nicola

Okay Egbo Paul

Petracco Fabiana (Segretaria)

Pol Bodetto Sandra (Direttore Caritas)

Popaiz Giulia

Rolletta Roberta

Tissino Franco

Trevisan Gabriele

Trevisan Vadori Daniela (Gruppo Missionario)

Consiglio Affari Economici San Vito

Fogolin Mario

Raggi Gianpaolo

Sant Gianluca

Zappalà Giuseppe

Referente Segreteria San Vito

Luca Defend

Santi Patroni – Santi Vito, Modesto e Crescenzia, 15 giugno

La città di Mazara del Vallo per antichissima
tradizione da nessun’altra contraddetta, passa per
essere stata la patria del santo. Nato intorno al 286 in
una ricca famiglia, rimasto orfano della madre, fu
affidato ad una nutrice Crescenzia e al maestro
Modesto, i quali educarono Vito al cristianesimo fino
alla conversione. Fin dall’età di sette anni – dice la
tradizione – cominciò a fare prodigi. Nel 303, durante
la persecuzione contro i cristiani di Diocleziano, il
padre tentò ogni modo per costringere il figlio a
rinnegare la fede cristiana ma, non riuscendoci, lo
denunciò. Arrestato dal preside Valeriano, si tentò di
farlo abiurare, ma senza riuscirci anche grazie al coraggioso esempio di fedeltà
di Crescenzia e Modesto. Vito fu liberato temporaneamente per tentare
attraverso alcune donne di fargli cambiare idea ma, in quel frangente, a
Modesto apparve un angelo, il quale gli suggerì di partire su una barca portando
con sé il ragazzo e Crescenzia: secondo la tradizione salparono dal porto di
San Vito Lo Capo (Trapani).
A nutrirli, secondo la leggenda, fu un’aquila che portò loro acqua e cibo fino a
quando sbarcarono alla foce del Sede sulle coste del Cilento. Da qui,
s’inoltrarono lungo i territori della Lucania (Basilicata) e durante il suo
passaggio, Vito operava miracoli. La fama di santità giunse agli orecchi di
Diocleziano, il quale lo fece arrestare e portare a Roma, affinché guarisse il
proprio figlio malato di epilessia, a tal punto da apparire un indemoniato. Vito
guarì il ragazzo e come ricompensa Diocleziano ordinò di torturarlo, perché si
rifiutò di rinunciare alla fede cristiana! La “Passio” – risalente al V secolo –
riporta le tradizionali procedure del tempo: Vito fu immerso in un calderone di
pece bollente e ne uscì illeso; poi lo gettarono tra i leoni, i quali anziché
assalirlo divennero mansueti; fino ad appendere Vito, Modesto e Crescenzia a
un cavalletto mentre le loro ossa venivano straziate, ma anche qui non
avvenne nulla, salvo che gli idoli di pietra si sbriciolarono, tanto che
Diocleziano scappò! Un gruppo di angeli liberarono le tre vittime e le
trasportarono presso il fiume Sele (Campania) ma qui, per lo sfinimento delle
torture, morirono il 15 giugno del 303, quando Vito aveva appena 17anni.

La pia Principessa Fiorenza si trovava in balia di una tempesta nel fiume Sele e
chiese aiuto a Dio, che le inviò in soccorso san Vito. Il Santo la salvò e la invitò a
dedicare degna sepoltura alle sue membra e a quelle dei suoi due compagni,
Modesto e Crescenzia presso un “locus marianus”. La principessa volle esaudire
questa richiesta ma, non riuscendo a trovare tale luogo, decise di seppellire i tre
corpi vicino al fiume Sele. Dopo un tempo non precisato, il fratello della
principessa Fiorenza si ammalò. Ella chiese di nuovo aiuto a Dio e così le
apparve in sogno San Vito. Ancora una volta, il Santo martire la esortava a
seppellire il suo corpo, assieme a quelli di Modesto e Crescenzia, nel “locus
marianus”, garantendole di guarire suo fratello. Al suo risveglio, Fiorenza
incontrò un dottore che fu in grado di indicarle nell’attuale porto di San Vito,
frazione di Polignano a Mare (Bari), il suddetto luogo. Fiorenza esaudì le
richieste del giovane martire e raggiunse il “locus marianus” dopo 24 giorni di
navigazione, dove in un primo tempo edificò una chiesa in onore dei tre martiri
e, in un secondo momento, donò ai frati benedettini dei poderi appena
acquistati nei pressi della zona. Quella raccontata finora è una delle tante
leggende sulla sepoltura e sulle reliquie di San Vito, delle quali è piena l’Europa.
A riguardo, si contano circa 150 cittadine che vantano di possedere sue reliquie
o frammenti, compreso Mazara del Vallo, che conserva un braccio, un osso della
gamba e altri più piccoli; nella Cattedrale di Praga è custodito il cranio; e molti
frammenti sono diffusi in tante parti d’Europa e del mondo.
Famosa è la festa patronale di Mazaro del Vallo – tra il 20 e il 25 agosto,
giorno in cui si ricorda la traslazione delle reliquie – festa denominata “u fistinu
di santu Vitu” con il corteo più mattiniero d’Italia che inizia alla quattro del
mattino, con carro trionfale e giochi pirotecnici. A San Vito Lo Capo, invece, i
festeggiamenti cadono in occasione della festa liturgica del 15 giugno, con la
caratteristica rievocazione dello “Sbarco dei Santi”.

Chiesa dei Battuti

L’origine dell’oratorio dei Battuti

https://guidartefvg.it/elenco/la-chiesa-dei-battuti-san-vito-al-tagliamento

L’oratorio di Santa Maria Assunta, sorto alla fine del XV secolo, era la chiesa dell’Ospedale della confraternita dei Battuti, che, situato a ridosso della Torre di San Nicolò (lungo l’attuale via Andrea Bellunello), dal Tre all’Ottocento ha rappresentato il principale centro di assistenza sanitaria a San Vito. Di esso si ha una prima notizia documentaria nel 1369, ma già dal 1360 operava nella cittadina in virtù di un decreto del patriarca di Aquileia.

Non si conosce con esattezza il volto del primitivo Ospedale, tuttavia si può ipotizzare che esso fosse composto da un unico vano, in cui era pure inclusa una parte riservata al culto (di cui negli ultimi decenni sono riemersi resti di decorazioni), con l’asse maggiore parallelo all’attuale via Bellunello

La parte che si affacciava sulla strada principale era decorata con particolare cura (purtroppo pesanti modifiche rendono oggi assai difficoltosa la sua comprensione, nonostante i meritevoli sforzi del restauro tardo novecentesco, che ha riportato alla luce interessanti particolari), con eleganti finestre trilobate, una fascia a “grottesca” nel sottolinda e, sopra una non più esistente apertura ad arco che immetteva all’ingresso del ricovero, i resti di un affresco tardo quattrocentesco attribuito ad Andrea Bellunello (ma una corretta valutazione risulta assai ardua) che raffigurava la Madonna in trono con il Bambino in grembo, santi e, sotto al mantello, i confratelli.

La chiesa dei Battuti

L’ampliamento delle strutture ospedaliere nella seconda metà del XV secolo comportò l’edificazione di una nuova chiesa, attigua ma separata dall’ambito assistenziale e con un valore architettonico e artistico decisamente eloquente sulla ricchezza e l’importanza ormai raggiunta dai Battuti di San Vito.

Non si conoscono con esattezza le tappe che hanno portato alla costruzione della nuova chiesa, forse nata sulle strutture di un edificio precedente, ma sappiamo che essa era aperta al culto nel 1493, data che compare in un’iscrizione sull’elegante portale, opera del Pilacorte (1455-1531).

Il portale del Pilacorte

Giovanni Antonio da Carona, nei pressi di Lugano, detto il Pilacorte (1455-1531), uno dei protagonisti della scultura in pietra nel Rinascimento friulano, nel 1493 circa ha scolpito in bassorilievo il portale, raffigurando negli stipiti motivi vegetali e le figurine di San Vito e di San Modesto, mentre nella lunetta, inquadrata dalle statue dell’Arcangelo Gabriele e della Vergine e coronata dalla figura dell’Eterno Padre, ha inserito una lastra che raffigura la Madonna della Misericordia, la quale con il manto protegge quattro oranti, forse i confratelli, ed è attorniata da volti di cherubini

Chiesa di San Rocco

Fuori dal centro storico di San Vito, verso ovest, sorge borgo Favria, borgo rurale caratterizzato da tipologie edilizie agricole. Qui, a un punto di snodo viario, si trova la chiesa di San Rocco, risalente al Cinquecento. L’intitolazione è di per sé significativa delle ragioni della sua costruzione, dal momento che il santo veniva invocato contro la peste e tutto il Friuli nel corso del XVI secolo fu colpito più volte da questo flagello. Ristrutturata nell’Ottocento, si presenta con una facciata piuttosto particolare, di ispirazione neoclassica, con il corpo centrale più alto di quelli laterali, tutti terminanti con una cornice orizzontale sopraelevata sugli spigoli. Al centro si apre la porta sovrastata da un grande occhio. L’aula è rettangolare con soffitto piatto di legno con leggeri cassettoni. All’interno conserva un altare ligneo secentesco con una pala dipinta da Giuseppe Moretto raffigurante la Vergine con Bambino e Santi, datata 1571. Altri elementi di interesse storico-artistico sono l’acquasantiera e un Crocefisso ligneo, entrambi settecenteschi.

Chiesa dell’Annunziata o Santa Maria in Castello

Si trova in borgo Castello, l’antico nucleo cittadino ove sorgeva l’originario complesso fortificato, nato come semplice rocca difensiva, con le sue cinta murarie, documentata già prima del XIII secolo.
In seguito divenne la residenza della nobile famiglia Altan e quello che ne rimane è una struttura che riecheggia più la residenza nobiliare che l’edificio difensivo medievale.
Essa rappresenta uno dei più antichi edifici di culto di San Vito al Tagliamento. La chiesa esisteva già nel 1348; risale infatti a tale data un documento riferito ad una chiesa ubicata in S. Vito, nel quale si legge che il patriarca Bertrando ordinava a Giovanni Daniele di San Vito di documentare a quale titolo fosse in possesso della Cappella di Santa Maria sita in «burgo nostro S. Viti».
La cappella venne rimaneggiata più volte, da ultimo nel 2000.
Si tratta di una costruzione piuttosto piccola ad unica navata ed in origine doveva essere interamente affrescata, sia all’interno che all’esterno.
La facciata, che nel Settecento ha subito forti modificazioni in senso classicista, presenta un portale rettangolare in pietra con arco interrotto; ai lati si aprono due finestre quadrate mentre alla sommità dell’arco vi è un’apertura semicircolare. Termina la facciata un frontone con un occhio al centro eD un campaniletto a monofora.
Sulla facciata eD all’interno, dalla fine degli anni ’60 del XX secolo, sono riemersi affreschi, in seguito recuperati in buona parte grazie aD un attento restauro. Il loro studio ha permesso di collocarli nella seconda metà del Trecento.
Sulla facciata sono visibili in alto le figure monumentali ad affresco di San Cristoforo e di San Vito che regge un modellino della città. Si tratta di una delle più antiche rappresentazioni nella cittadina di San Vito, santo protettore della città. Tra le due figure è visibile una mutila teoria di santi di minor dimensione. Il dettaglio con il Leone dipinto in rosso sulla torre porta della cinta muraria del modellino, potrebbe essere stato aggiunto dopo il 1420, inizio della signoria di Venezia sul Friuli.
All’interno l’aula è rettangolare con soffitto ligneo a vista, mentre il presbiterio a pianta quadrangolare ha copertura a volta a crociera a quattro vele.
Sulla sinistra del coro è collocata la sagrestia. La muratura è in mattoni mentre la copertura è in coppi. La pavimentazione è moderna, a piastrelle esagonali., emersi grazie ai lavori di restauro, sono datati alla seconda metà del 1300 (anni 1370-80 circa). La loro attribuzione è tutt’ora fonte di dibattito. Per lo più il riferimento è a frescanti che, partendo dalla lezione di Vitale da Bologna e da altre influenze come l’opera di Tommaso da Modena, che durante il sesto decennio del Trecento, andava dipingendo prestigiosi cicli di affreschi nel Trevigiano, elaborano, nella seconda metà del Trecento in Friuli, un proprio stile, con influenze, contaminazioni, citazioni reciproche, in relazione anche alla composizione delle singole botteghe, che si formano e si spostano nel territorio a seguito di committenze diverse.
presenta un articolato programma iconografico con scene cristologiche. La parete di fondo è dominata da una vivace Crocifissione, ricca di personaggi che si affollano sulla scena. Si tratta di una scena sapientemente orchestrata, che vede la presenza di una “folla” di astanti (in primo piano il gruppo delle Marie dolenti e i soldati che si dividono le vesti, i cavalieri e i soldati in secondo piano; mentre nella parte alta della lunetta si vedono i ladroni).
Pur con le vaste lacune e le fitte picchettature che purtroppo sono presenti sull’intera superficie pittorica, viene considerata (Cozzi 2010) una delle più memorabili Crocefissioni della pittura in Friuli del XIV secolo.
Sui muri laterali si possono notare inoltre figure che rinviano alla iconografia della Natività e dell’Adorazione dei Magi. Qui un lungo corteo di eleganti personaggi si snoda diretto verso il gruppo della Madonna che tiene sulle ginocchia il Bambino, mentre sullo sfondo le balze rocciose fungono da quinta. Il primo dei re magi è già inginocchiato, il secondo in piedi dietro a lui abbassa lo sguardo verso il piccolo Gesù, mentre di seguito il terzo re orientale si volge verso il numeroso corteo di personaggi al seguito.
leggono le effigie del toro dell’evangelista Luca, il leone di Marco, il Cristo in trono entro mandorla tra Angeli oranti e l’Annunciazione.
Frammenti di affresco molto rovinati sono visibili sull’arco trionfale (sul pennacchio di destra pare di poter individuare la Vergine annunciata, intenta alla lettura di un libro che tiene sulle ginocchia).
Sulla parete destra è comparso un riquadro che finge un tendaggio che fa da sfondo ad una teoria di Sante e Santi (tra i quali riconoscibile come San Pietro è il primo sulla sinistra, grazie alla scritta presente sopra il suo capo).
Sulla parete sinistra compare una giovane donna elegantemente abbigliata (senza nimbo) che farebbe propendere alla lettura della scena, purtroppo mutila, come una Tentazione di Sant’Eligio (con il diavolo sotto forma di avvenente donzella).
Dai restauri è emerso come gli affreschi vennero realizzati su uno strato sottile di intonachino, steso sopra un precedente strato di preparazione. Dove il colore è caduto si possono vedere tracce di sinopia, in ocra rossa e terra d’ombra. Per le aureole, briglie dei cavalli e il cielo stellato – di cui sono rimaste pochissime tracce, era stata usata la foglia d’oro. Nelle vele per lo sfondo è stata usata l’azzurrite mentre in alcuni punti (ad esempio la veste di Cristo) si è rinvenuto l’uso del cinabro. Si tratta dunque, anche dal punto di vista tecnico, di scelte che denotano un alto livello di esecuzione.
Sulla parete sinistra è collocato un elaborato altare ligneo seicentesco, con una pala che raffigura l’Annunciazione, attribuita ad Alessandro Varotari, detto il Padovanino (Padova 1588 – Venezia 1648).
Giovanni Battista Cavalcaselle nel 1876, cita la presenza nella piccola chiesa di un trittico di Andrea Bellunello, la Madonna in trono col Bambino e i santi Pietro e Paolo (del 1488), che dagli inizi del Novecento risulta collocato nel duomo cittadino, ove tuttora si trova.

San Vito – La Storia

La parrocchia è formata da 6560 abitanti e 2400 famiglie.

La città, risalente a insediamenti protostorici, fece parte della diocesi di Concordia e fu nello stesso tempo sotto il diretto potere dei patriarchi di Aquileia, che infatti detennero la giurisdizione civile del castello fino alla soppressione del Patriarcato nel 1751. La presenza dell’edificio parrocchiale fu attestato nel 1355, demolito per la prima volta nel 1437, consacrato nel 1455, ampliato dal 1461 al 1486 e riconsacrato, abbattuto dalle fondamenta nel 1746 per fare posto all’attuale chiesa voluta dal patriarca Daniele Delfino e consacrata nel 1752 dal vescovo J. M. Erizzo. All’interno vi si trovano opere insigni dei fratelli Giuseppe e Giovanni Matiussi (tre altari e le statue di S. Vito e Modesto); del Calonga, del Baratto, del Torretti, di Francesco Cappella (pala del primo altare a sinistra); del Padovanino (pala del secondo altare); di Ludovico Poliaghi (pala del terzo altare)…Il portale maggiore e il busto del Cardinale Delfino sono di G. Mattiussi; il trittico del Bellunello e le portelle dell’organo del Bellunello e dell’Amalteo.